NON È FINITA FINCHÉ NON È FINITA - Due donne, un nome: Valentina
La vedo lì, su quella sedia che non la rappresenta.
Dritta, quasi indispettita dal doverci stare. Ha quello sguardo impaurito e fiero che solo i coraggiosi si permettono di avere. Di chi ha saputo — come si dice? — “conoscere il nemico per combatterlo”. E intanto fa quello che si fa in questi casi: accertamenti, analisi, burocrazie e il resto del circo. Tutto per sfrattare l'ingrato inquilino che un giorno si è impossessato del suo cuore.
(Valentina)
«Quella mattina avevo l’ansia di sapere. Di non peggiorare la paura di chi mi ama. Sorridevo, per non spaventarli più di quanto già non fossero. Mentre dentro di me quel pianto — lo conosci? — si annidava tra cuore e stomaco.
Durante la TAC, qualcosa è andato storto. Mi sono svegliata e sembrava tutto normale. Ma nessuno mi parlava. Provavo ad alzare il braccio ed ero convinta di averlo fatto. Ero cosciente, ma mio marito mi guardava come si guarda una cosa amata che si sta rompendo. Il suo sguardo era più triste del dovuto. Io sorridevo e lui impallidiva. Non capivo. Mio marito piangeva lacrime che solo io vedevo.
Pensavo: perché mi ignorano tutti? Non sono ancora morta!
Ho alzato una mano, poi l’altra, e questa si è mossa. Ho toccato qualcuno e ho sentito: “Si è svegliata”.
Nella TAC avevo avuto un ictus. Il corpo che salta il turno, proprio mentre tu stai già combattendo un altro nemico. E io ho pensato: ok, piccolo bastardo, a noi due.»
Lei lo racconta con voce ferma. La voce di chi ha imparato che, in certe situazioni, basta un istante per usare ogni respiro come dichiarazione di esistenza.
Seduta su quella sedia che sembra piccola, le ruote diventano garretti e lei un’amazzone appollaiata su un destriero in attesa del galoppo.
Si alza. Pochi passi, instabili ma decisi. Li mostra come trofei.
Il messaggio è chiaro: sto vincendo io.
Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Non per morbosità — anche se il dubbio che qualcuno potesse pensarlo mi è venuto — ma per quell’energia rara che emanava. Sua madre, accorgendosi della mia fissità, commenta ironicamente. Io annuisco.
Sì, ammiravo quella forza, quella determinazione tranquilla. Non vedevo una donna malata, vedevo una guerriera in fase di contrattacco.
(Valentina)
«Ora si torna là dove combatto la mia guerra. A riprendermi me stessa. I miei figli devono sapere che non mollo. Tra qualche settimana avrò abbastanza forza per affrontare l’inquilino vero. E lì sarà battaglia.»
L’ho vista andar via. Su quel destriero a rotelle, con il marito a fare da scudiero. Ha salutato tutti, con quegli occhi che sanno che forse non finirà bene, ma che comunque non ci si arrende mai.
«Non è finita finché non è finita.»
L’ho cercata, poi, quella frase.
Lo ha detto Yogi Berra. Parlavano di baseball.
Ma vale per tutto.
L'altra Valentina
Qualche settimana dopo, ironia del nome, un’altra Valentina. Questa l’ho conosciuta solo in TV. Anche lei non nascondeva nulla. Mostrava la calvizie da chemio con orgoglio, come si porta un’uniforme da combattimento.
Un giovedì se n’è andata, lasciando un buco elegante e silenzioso in chi l’amava, anche se da lontano.
Ripensai all’altra Valentina e alla sua guerra.
Il sabato andai al suo funerale.
Ero uno qualunque in mezzo ad altri qualunque, uniti da un affetto impreciso e potente per una sconosciuta diventata sorella.
Sono andato perché ne ho sentito il bisogno.
Poi, il tempo ha ripreso a scorrere.
Infine, una telefonata.
Di quelle che sai già cos’è prima ancora di rispondere.
Brutte notizie.
Anche Valentina la guerriera, aveva perso.
Non ha fatto neanche in tempo a sfidare il bieco inquilino.
Due storie. Due donne.
Stesso nome.
Entrambe mi hanno insegnato che si può combattere con dignità, ridere senza chiedere permesso e affrontare la morte come si affronta un’ospite indesiderata che ha sbagliato orario.
Di una ho conosciuto la storia.
Dell’altra la gioia per la musica.
Entrambe erano elefanti.
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