il pianista di gaza
Quando la guerra arrivò, il pianoforte fu una delle prime cose a perdere la voce.
Non perché qualcuno avesse colpito i tasti. Quelli, in fondo, sono soltanto legno e avorio. A morire fu il luogo dove le note avevano imparato a respirare: un conservatorio ridotto in polvere, pareti aperte come pagine strappate, spartiti trascinati dal vento tra il cemento e la cenere. Molti pensarono che fosse finita. Lui no.
Raccolse quello che restava. Una tastiera salvata da una stanza crollata, qualche sedia spaiata, fogli spiegazzati che nessuno avrebbe più letto per un concerto. Poi cercò dei bambini. Li trovò in una tenda. Avevano negli occhi quella strana espressione che solo i bambini conoscono: quella di chi continua a giocare anche quando il mondo ha smesso di comportarsi da adulto.
«Oggi facciamo musica», disse.
Uno di loro gli chiese dove fosse il pianoforte. Lui sorrise.
«Il pianoforte è soltanto un modo per arrivare alla musica.»
Da quel giorno le lezioni continuarono.
A volte senza corrente.
A volte senza strumenti.
A volte interrompendosi perché troppo vicino cadeva qualcosa che nessun bambino dovrebbe imparare a riconoscere dal rumore.
Eppure, ogni volta, ricominciavano.
Qualcuno gli domandò perché insistesse. Perché insegnare le scale quando mancava tutto il resto? L'uomo rimase in silenzio. Poi indicò i bambini.
«Perché un bambino che impara una canzone, anche solo una, ricorderà per tutta la vita che il mondo non è fatto soltanto di guerra.»
Gli elefanti fanno una cosa curiosa.
Quando il branco è in pericolo, non mettono al sicuro soltanto i piccoli. Proteggono anche ciò che i piccoli dovranno imparare. Il cammino verso l'acqua. I sentieri della migrazione. I richiami. La memoria. Perché un cucciolo che sopravvive senza memoria è comunque un cucciolo perduto.
Forse la musica serve a questo. A conservare una memoria diversa da quella delle esplosioni. A ricordare ai bambini che, prima del rumore delle armi, il mondo aveva già inventato un altro modo di farsi ascoltare. E finché ci sarà qualcuno disposto a insegnare una canzone a un bambino, la guerra potrà distruggere gli strumenti. Ma non riuscirà mai a mettere a tacere la musica.
Un insegnante di musica, Ahmed Muin Abu Amsha, che, dopo la distruzione del Conservatorio Edward Said, ha ricominciato a insegnare ai bambini in tende improvvisate, con strumenti recuperati o ricostruiti, perché ritiene che la musica sia una forma di sopravvivenza prima ancora che un’arte.
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