Sergio

C’è un uomo che vedo tutti i giorni.

Sta nell’officina sotto casa.
Estate, inverno, pioggia, gelo: lui è lì. Sempre.

Di lui, tutto ciò che so è il nome: Sergio.

Io passo, lui alza appena la testa dal cofano.
Ci guardiamo come due che sanno di esistere, ma non abbastanza da fermarsi.

Neanche un cenno del capo, appena uno sguardo scambiato in un istante.

Per anni è stato così.
Uno sfondo della mia strada.

Poi un giorno la mia macchina decide di fare un rumore che non promette niente di buono.
Uno di quei rumori che sembrano dire: “Oggi si parla”.

Mi fermo.

Lui esce da sotto il cofano di un’auto, si pulisce le mani su uno straccio nero che ha visto più olio che sapone.

— Che succede?
— Non lo so. Fa un rumore strano.

Ascolta il motore come se stesse ascoltando un cuore.

— Niente di grave. Una cinghia. Ma se la lasci andare, poi diventa grave.

Me la sistema in pochi minuti.
Io resto lì.

Silenzio.
Quello che succede quando due persone non hanno mai parlato davvero.

Poi lui dice una cosa che non c’entra con la macchina.

— Le figlie sono una cosa seria.

Non so perché, ma non rispondo subito.

Lui continua a stringere un bullone che è già stretto.

— La mia… la grande… la principessa di casa… sta combattendo una guerra brutta.

Lo dice senza guardarmi.

— La droga.

Una parola che cade tra noi come una chiave inglese sul cemento.

Mi racconta a pezzi.
Cinque figli.
La più grande persa in un buco nero che si chiama eroina, poi crack, poi tutto quello che viene dopo.

Centri. Comunità.
Telefonate nel cuore della notte.
Debiti da pagare per rimediare ai guai che lascia dietro.
Soldi che non bastano mai.

— Io lavoro. Lavoro e basta.

Lo dice senza orgoglio.

— Per tenerla viva. Per tenerli vivi tutti.

Poi mi parla della moglie.
Morta pochi anni fa.
Tumore alle ovaie.

— Non si è curata in tempo. Era troppo dietro alla ragazza.

Silenzio.

L’officina odora di benzina e di ruggine.

— Io non posso mollare — dice.

Non lo dice come una frase eroica.
Lo dice come si dice una cosa ovvia.

A mezza bocca tornando a infilare la testa sotto il cofano di una macchina.

— Ho altri quattro figli. Se crollo io… si spacca tutto.

Alza lo sguardo.

Ha gli occhi di uno che non dorme abbastanza da anni.

— E poi quella lì — dice indicando la strada, come se la figlia potesse spuntare da un momento all’altro —
quella lì resta sempre mia figlia.

Sempre.

Ci salutiamo.
Pago una cifra ridicola per la cinghia.

Il giorno dopo passo di nuovo davanti all’officina.

Lui è lì.
Come sempre.

Piegato su un motore.

Alza la testa.
Accenna un sorriso.

Ci sono persone che non fanno rumore.
Non raccontano la loro battaglia.

Ma restano.

Restano perché non sanno fare altro che amare i loro figli, tutti, senza condizioni.

Anche quando il mondo gli si rompe tra le mani.

Anche lui è un elefante.

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