ELOGIO DELLA DIVERSITÀ
Ovvero: come smettere di temere ciò che ci rende veri.
Sai qual è il problema della diversità?
Che tutti la vogliono… finché non bussa proprio alla loro porta.
Finché non entra, si siede sul divano e dice: “Scusa, ho spostato la tua normalità, non respirava bene.”
C’è una frase di Calvino — sì, proprio lui, quello che ti smonta il mondo con due righe asciutte — che dice: “Prendi la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto.”
Ecco: la diversità è ciò che ti strappa dal pavimento e ti costringe a quell’altezza, che tu lo voglia o no.
Non per farti volare: per farti vedere.
La diversità è la nota stonata di Monk (Theolonius): quella che ti irrita per un secondo e poi, se ascolti bene, scopri che era l’unica sincera di tutto il pezzo.
È il “difetto” nel vaso giapponese del kintsugi, che non lo rompe: lo consacra.
È il “principio responsabilità” di Hans Jonas, ma applicato alle relazioni: hai visto una differenza? Occupatene. Trattala bene. Sei responsabile di ciò che riconosci.
Perché, diciamolo, l’uguaglianza senza differenze è una roba da condominio fantasma.
Hai presente quei pianerottoli perfetti, stessi zerbini, stessi silenzi, stessi odori di niente?
Ecco.
La diversità, invece, arriva come una vicina fuori protocollo: quella che ti parla nell’ascensore, che ride troppo forte, che ti chiede lo zucchero e poi te ne restituisce due chili perché “non si sa mai”.
E se ti dà fastidio… meglio.
La diversità buona fa proprio questo:
ti scrosta, ti slaccia, ti incrina.
Come diceva Pasolini, “io so, ma non ho le prove”: ecco, la diversità funziona così. Ti mette addosso un sapere confuso, un sospetto luminoso.
Ti fa sentire vivo.
E poi c’è questo paradosso meraviglioso:
più difendiamo la normalità, più sembriamo finti.
Più abbracciamo le differenze, più diventiamo veri.
Sembra una citazione di Pirandello… e forse in fondo lo è: “Ciascuno di noi crede d’essere uno, ma non è vero: è tanti.”
E allora ben venga.
Ben vengano le versioni scomode, le parti in ombra, le voci fuori coro: sono loro che ci portano avanti, non i pupazzi che ripetono il ritornello.
Perché la diversità è questo:
non un santino progressista, non un hashtag buono per i giorni pari, non un “siamo tutti uguali” detto per educazione.
No.
La diversità è un inciampo.
Un cortocircuito.
Una fenditura da cui passa luce vera, come diceva Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce.”
E se proprio devo dirla tutta:
senza quella crepa — la tua, la mia, quella che nascondiamo meglio — saremmo solo copia carbone di un mondo che non sa più distinguere il vivo dal manichino.
Meglio restare così:
sghembi, storti, imperfetti.
Un po’ Monk, un po’ Pirandello, un po’ calcinacci e un po’ poesia.
Soprattutto: umani.
Diversi.
Che poi vuol dire — finalmente — veri.
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