Giuseppe "Joe Zangara" - L'uomo che mancò il bersaglio
Ci sono uomini che entrano nella Storia per ciò che fanno, altri per ciò che non riescono a fare.
Giuseppe “Joe” Zangara appartiene alla seconda categoria.
Nasce a Ferruzzano, in Calabria, nel 1900. Quando parte alla volta dell’America, non porta con sé molto più di quello che avevano milioni di emigranti della sua generazione: una valigia leggera, poche certezze e l’ostinata idea che da qualche parte esista un posto nel mondo anche per lui.
Attraversa l’oceano. Come tanti. Forse troppi.
Parte Giuseppe e arriva Joe. Perché l’America, in quegli anni, cambiava spesso i nomi prima ancora di cambiare le vite.
Joe fa il muratore. Costruisce case che non abiterà. Palazzi che non porteranno il suo nome.
Come molti figli della povertà ha imparato presto che esistono vite destinate a decidere e vite destinate a eseguire.
Lavora. Sopravvive. Resiste.
E intanto, convive con un dolore che gli si è sistemato dentro il corpo come un inquilino abusivo. È un dolore che, secondo i medici, nasce dopo un’operazione subita da ragazzo. Un dolore costante, che lo accompagna nei cantieri, nelle stanze in affitto, nelle giornate di lavoro e nelle notti insonni.
Nessuno può dire quanto quel dolore abbia contribuito a cambiare il suo carattere, ma chiunque abbia sofferto a lungo sa che il dolore non resta mai fermo: consuma, scava, trasforma.
Col tempo Joe comincia a guardare il mondo come si guarda una porta chiusa. Capisce ben presto che dall’altra parte ci sono sempre gli altri: i ricchi e i potenti. Quelli che decidono, quelli che contano. Lui… no. Mai, lui.
Joe finisce a vivere in un’America dove si parla di scioperi, di diritti negati, di rivoluzione. Tra emigrati come lui circolano idee socialiste, anarchiche, sindacaliste. Per alcuni, speranze. Per altri, bandiere. Per Joe diventano soprattutto parole. Parole capaci di dare un nome alla sua rabbia. Ma sarebbe un errore pensare che il suo sia soltanto un gesto politico.
Joe non sogna una società nuova. Non scrive manifesti, non organizza rivoluzioni, no. Joe cerca qualcosa di molto più semplice e molto più disperato: una spiegazione, una ragione. Un colpevole.
Perché quando una persona viene respinta abbastanza a lungo, finisce per convincersi che qualcuno debba essere responsabile della sua ferita.
Il 15 febbraio 1933, a Miami, Franklin Delano Roosevelt parla a una folla immensa.
L’America è nel pieno della Grande Depressione.
Le banche chiudono, le fabbriche licenziano. La gente perde il lavoro, la casa… la speranza.
Per migliaia di persone Roosevelt rappresenta una possibilità. Per Joe no. Per Joe rappresenta un bersaglio. Non un uomo ma un simbolo. Il punto esatto in cui far convergere gli anni di fatica, le umiliazioni, la rabbia e il dolore. Soprattutto il dolore.
Perché Joe è uno di quegli uomini che attraversano il mondo senza lasciare traccia ma non è invisibile. Joe è diverso: è un uomo di vetro. La gente guarda attraverso di lui, lo trapassa con lo sguardo, lo ignora. E lui resta lì, presente ma trasparente. Dimenticato.
Sale su una sedia. Estrae una pistola. Prende la mira e spara. Cinque colpi. Per un istante, la Storia trattiene il fiato. Poi riprende a camminare. Roosevelt rimane illeso. Una donna, nella folla, urta il braccio dell’attentatore proprio nell’istante decisivo. Vengono colpiti alcuni dei presenti. Tra loro, Anton Cermak, sindaco di Chicago. Morirà poche settimane dopo.
Da quel momento tutto accade in fretta: l’arresto, il processo, la condanna.
Joe non cerca attenuanti né perdono né comprensione. Come se avesse smesso da tempo di aspettarsi qualunque cosa dagli altri.
Il 20 marzo 1933 sale sulla sedia elettrica. Ha trentadue anni.
Pochi secondi. Una scarica.
E fine della storia. O almeno così sembrerebbe.
Perché la storia ufficiale racconta di un attentatore — gli Elefanti, invece, provano a guardare anche l’uomo. Non per assolverlo o per trasformarlo in una vittima. E nemmeno per cercare scuse.
Piuttosto per capire: quando una ferita smette di essere soltanto una ferita? Quando il dolore diventa rabbia? E quando la rabbia diventa destino?
Forse Joe non è una storia di Elefanti. Forse è una storia che ricorda agli Elefanti cosa succede quando una persona si convince di non appartenere più a nulla.
Quando nessuno ascolta, quando nessuno vede.
Quando nessuno chiama più qualcuno per nome.
A questo punto, le domande non riguardano più Joe.
Riguardano noi in prima persona.
Quanti uomini di vetro incrociamo ogni giorno? Quanti scegliamo di attraversare con lo sguardo?
Joe Zangara mancò il suo bersaglio, eppure questa non è la storia di un bersaglio mancato. È la storia di un uomo che aveva attraversato un oceano per trovare il proprio posto nel mondo e che, a un certo punto, si convinse che quel posto non esistesse.
Forse è proprio questo che gli Elefanti non dovrebbero mai dimenticare.
Grazie ad Ettore Castagna per avermi fatto conoscere questa storia (raccontata meglio di me nel suo "I gabbiani vengono tutti da Brooklin). Altre fonti preziose di cui ringrazio sono state il libro di Arcangelo Badolati e Peppino Mazzotta "Muori cornuto" e numerosi documenti avuti da Ernesto Orrico che ne ha tratto un pezzo teatrale musicato da Massimo Garritano.
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