BLUESMAN E DEMONI

Forse non si usa elogiare qualcuno quando è presente.

Si aspetta che muoia, così poi è tutto un fiorire di “era incompreso”,

“aveva una sensibilità straordinaria”.

Ma intanto, da vivo, niente.

E allora il mio ego… è una lamiera accartocciata.

Un po’ brilla ancora, eh. Quando la luce colpisce nel punto giusto.

Il resto è malinconia.

Mi abita da sempre, paga l’affitto in lacrime e nostalgia.

Un uomo abitato dai blue devils. Un bluesman

Senza di loro non scriverei neanche una riga.

Sarei solo un falegname dell’anima senza legno da lavorare.

Il tormento è la linfa dei miei demoni,

l’acqua di coltura, come direbbe Andreoli,

di quella parte fragile che “non è debolezza, ma profondità”.

Susan Cain, invece, dice che “gli introversi vivono in un mondo che non smette mai di parlare”

e a volte ho l’impressione che quel rumore mi scavi dentro.

Io non parlo per riempire il vuoto —

io creo per dargli un suono.

Forse è per questo che ho scelto il blues:

perché è la mia voce quando non riesco a usare la voce.

La malinconia mi costruisce e mi consuma allo stesso tempo.

Eppure… senza di lei sarei muto.

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