Manuale breve per elefanti disillusi
A furia di ripetersi, la Storia ha perso il ritmo.
Ora balbetta, scrolla, si fa e si disfa in diretta streaming, mentre noi restiamo lì — come chi ha capito troppo tardi che il replay non salva nessuno.
Nel frattempo, la vita continua a sfiancare in bassa definizione.
C’è chi si sveglia col fiatone senza aver corso, chi compila moduli come se fossero sudoku malvagi,
chi campa col mal di schiena e la dignità in riserva.
«Ripìgliati», dice il mondo. Ma senza offrire una sedia.
Eppure, vai a capire perché, ci si rialza sempre.
Non come nei film — trionfanti — ma più come certi tavolini traballanti:
poco stabili, molto testardi.
La verità, quella vera, intanto ha cambiato nome all’anagrafe.
Si fa chiamare “opinione”, e va in giro a braccetto con l’algoritmo.
La bellezza invece resiste, ma in clandestinità:
a volte abita in una mano che ricuce,
in un marciapiede spazzato da qualcuno che nessuno guarda,
in uno che dice: «Fratè, mo basta cu’ ‘su teatro.»
E allora si cammina.
Lenti. Ma si cammina.
Come elefanti urbani: con la pelle spessa, la memoria lunga e una direzione tutta nostra.
Che sia nord, sud o semplicemente "via da qui" —
basta che lasci orme.
E che ogni tanto, qualcuno ci inciampi.
E magari, si fermi.
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