L’UOMO DI VETRO
Sembra che a nessuno interessi quel che faccio.
Non dico che mi aspettassi applausi o manifesti luminosi…
ma almeno un segno, un cenno.
Un “ti ho visto”.
E invece no.
È come gridare in una stanza imbottita.
Tutto rimbalza, niente esce.
Vittorino Andreoli scrive:
“l’uomo di vetro è colui che sente di vivere in un mondo che non lo riconosce, ma non per questo smette di essere se stesso.”
E io mi ci ritrovo: fragile e trasparente, sì,
ma non rotto.
Solo… attraversato.
Come se la vita mi passasse dentro senza fermarsi mai.
A volte penso di essere fatto proprio di quel vetro.
La gente mi vede, ma non si accorge che sto lì.
E ogni parola che dico è come un dito sul cristallo: lascia un segno, ma poi
svanisce.
E allora mi chiedo: chi me lo fa fare?
Ma poi mi rispondo da solo: non saprei fare diversamente.
Perché il vetro, quando non riflette, resta trasparente.
E io… resto qui. A creare.
A respirare il mio stesso silenzio.
Nota dell’autore
📘 L’uomo di vetro di Vittorino Andreoli, con la sua visione dell’uomo come creatura sensibile, esposta, “un essere che si rompe per troppa luce o per troppa oscurità”;
📗 Quiet di Susan Cain, che restituisce dignità al silenzio e al pensiero profondo, ricordando che “gli introversi non odiano le conversazioni: odiano le chiacchiere” e che “il mondo non ha bisogno di più chiacchiere, ma di più ascolto”.
Dentro questi due estremi — la trasparenza che ferisce e il silenzio che costruisce — si muove il mio personaggio: un uomo abitato dal blues, fragile ma resistente, invisibile ma capace di vedere tutto.
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