L'uomo che arrivò alle tre del mattino
Ci sono persone che sembrano nate per smentire le apparenze. Israel Kamakawiwoʻole è una di quelle. Lo chiamano semplicemente “IZ”.
Nasce a Honolulu, nelle Hawaii, nel 1959. Cresce in una famiglia di musicisti, dove la musica è il modo più naturale di raccontare le Hawaii.
Nel 1982 perde il fratello Skippy, compagno di palco e di vita. È una ferita che lo accompagnerà per sempre.
Intanto il suo corpo diventa sempre più pesante. I ricoveri si fanno più frequenti. Respirare diventa ogni anno un po' più difficile.
I medici gli ripetono che il suo cuore e i suoi polmoni stanno pagando un prezzo enorme.
Arriva a pesare oltre trecentoquaranta chili. Camminare è una fatica. Respirare è una fatica. Vivere, spesso, è una fatica. Eppure continua a salire sul palco.
Per molti hawaiani è ormai qualcosa di più di un musicista. È una voce che custodisce una cultura, una lingua, un’identità. In un mondo che trasforma le Hawaii sempre più in una cartolina, lui ricorda che prima delle spiagge c'è un popolo.
Al peso del proprio corpo, in qualche modo, si aggiunge anche un pezzo della sua terra.
È il 1988.
Sono circa le tre del mattino quando il telefono squilla nello studio di registrazione di Milan Bertosa. Dall'altra parte della cornetta c'è un uomo che chiede soltanto una cosa.
«Posso venire a registrare una canzone?»
A quell'ora la risposta più probabile è un no. Invece Bertosa, quasi d'istinto, gli dice di sì.
«Hai quindici minuti.»
Poco dopo la porta dello studio si apre. Entra un uomo enorme. Scalzo. Con un ukulele in mano. La sproporzione racconta meglio di qualsiasi altra cosa il momento surreale che sta per accadere.
La prima difficoltà non è sistemare i microfoni. È trovare una sedia abbastanza robusta da poterlo sostenere. Poi fanno una rapida prova del suono. Niente orchestra. Niente arrangiamenti. Niente effetti. Solo una voce e un ukulele.
IZ registra tutto in un'unica take.
Quando finisce, nello studio cala il silenzio. Il tecnico capisce di avere tra le mani qualcosa che non sa spiegare. Conserva quel nastro.
Cinque anni dopo riesce a convincere un produttore a pubblicarlo e diventa uno dei dischi hawaiani più venduti di sempre.
Quella registrazione attraversa il mondo, entra nelle case, nei film, negli ospedali, nei matrimoni, nei funerali. E continua a farlo ancora oggi. Forse perché, quando IZ apre bocca per cantare, sembra che tutto quel peso si dissolva. Come se quella voce appartenesse a qualcun altro. O forse al meglio di sé.
Non sembra la voce di chi ha sconfitto il dolore. Sembra quella di chi ha imparato ad attraversarlo.
IZ muore il 26 giugno 1997, a soli trentotto anni. Le Hawaii gli rendono un omaggio riservato a pochissimi. Le bandiere vengono esposte a mezz’asta. Migliaia di persone accompagnano le sue ceneri fino all'oceano.
Ogni volta che ascolto quella registrazione penso che il miracolo non sia la sua voce. Il miracolo è che un uomo così appesantito dalla vita riesca a regalare al mondo una delle interpretazioni più leggere che siano mai state incise ed è forse per questo che quella canzone continua a parlarci. Ci ricorda che la speranza non nasce quando il dolore scompare. Nasce quando qualcuno decide di cantare lo stesso.
Quella notte, alle tre e trenta del mattino, Milan Bertosa preme il tasto “REC”. Israel Kamakawiwoʻole non registra soltanto una canzone, regala al mondo un luogo dove rifugiarsi ogni volta che la vita diventa troppo pesante.
*Somewhere over the rainbow...*
IZ è un elefante.
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