Hind Rajab

Hind Rajab aveva sei anni.

A sei anni si dovrebbe discutere se il peluche preferito possa sedere a tavola, inventare nomi improbabili per un gatto, piangere perché è caduto un gelato. Non imparare il rumore dei carri armati.

Quel giorno, a Gaza, Hind era in automobile con alcuni familiari. Cercavano un posto più sicuro. O almeno meno pericoloso. In guerra, spesso, è la stessa cosa. L'auto si fermò.

Quando il silenzio tornò, Hind era l'unica ancora viva. Riuscì a telefonare ai soccorsi. Dall'altra parte del filo c'era una persona che cercava di tranquillizzarla. Le diceva che qualcuno sarebbe arrivato. Di restare calma. Lei obbedì. Aspettò.

Ogni tanto raccontava quello che vedeva. Ogni tanto taceva. Poi tornava a parlare.

Aveva paura.

La paura di una bambina di sei anni non assomiglia a quella degli adulti. Non pensa alla politica, alle ragioni, ai confini. Cerca una sola cosa. Un adulto. Qualcuno che dica: «Ci sono io.»

Un'ambulanza partì per raggiungerla. Non arrivò mai. Quando, giorni dopo, trovarono l'automobile, Hind era ancora lì. Aveva continuato ad aspettare.

Ci sono storie che chiedono giustizia. Altre chiedono memoria. Quella di Hind chiede qualcosa di ancora più difficile. Che nessun bambino debba mai imparare che il mondo degli adulti può smettere di proteggere i bambini.

Forse è per questo che gli elefanti si stringono attorno ai loro piccoli quando avvertono il pericolo. Non perché credano di essere invincibili. Ma perché sanno che un branco si misura da come protegge il più fragile. E ogni volta che si dimentica questa semplice verità, non si perde soltanto una guerra.

Si perde se stessi.

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